10 cose che ho imparato andando in montagna da sola

10 cose che ho imparato andando in montagna da sola
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Sul libretto che mi è stato consegnato dopo la mia iscrizione al CAI (Club Alpino Italiano), c’è una frase che amo leggere e citare spesso: “La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte” (Guido Rey). Potrei condividere molte riflessioni su questa frase ma nel blog post di questa settimana ho voluto citarla in apertura per agganciarla ad un argomento su cui rifletto spesso: la frequentazione di itinerari montani in solitudine. Nel corso delle mie prime esperienze in solitaria (che ho cominciato a fare nel corso del 2021), non ho potuto fare a meno di notare come la fatica percepita fosse maggiore rispetto a quando condividevo il trekking con qualcuno. Da brava psicologa (e futura guida ambientale escursionistica), ho cominciato ad analizzare e comparare i trekking da sola e quelli in compagnia e ho pensato alle differenze. Ho pensato tantissimo e consapevole di affrontare un argomento controverso, condivido con voi le 10 cose che ho imparato andando in montagna da sola. Porterò anche degli esempi personali (sia escursionistici sia ciclistici), con l’obiettivo di stimolare riflessioni e perchè no, dare inizio ad un dibattito costruttivo.

Pianifico un itinerario alla mia portata

Può sembrare una considerazione banale, ma la prima cosa da fare per ridurre molti rischi è quella di pianificare un itinerario alla propria portata. L’ho imparato (con lezioni abbastanza dure) prima in bicicletta e poi a piedi. Non conto nemmeno più le volte in cui, nel corso dei miei primissimi giri in bici da corsa più impegnativi, mi ero prefissata chilometraggi e dislivelli eccessivi rispetto alla mia preparazione, con il risultato di trasformare una bella giornata in una lotta per tornare a casa sana e salva 😂 La bicicletta, in questo senso, è un’insegnante fantastica: non perdona nessun errore di preparazione quindi meglio essere realistici. Questo discorso vale anche per il trekking: prima di intraprendere un percorso da sola, verifico con quanta più precisione possibile la mia capacità di portarlo a termine.

Studio l’itinerario prima di partire

Alcuni itinerari si preparano in un giorno o due, altri nel corso di mesi. Mi viene in mente, ad esempio, la programmazione e lo studio dell’AV2 delle Dolomiti, percorso di 180 chilometri quasi interamente compreso tra i 2000 e i 3000 metri che ho percorso ad agosto 2021 e che ho preparato da maggio a luglio dello stesso anno.
Cito questo trekking per la sua complessità e varietà: la sua preparazione ha richiesto mesi ma ogni escursione deve essere programmata con meticolosità. Prima di avventurarmi da sola in montagna, leggo e confronto siti e blog, studio le mappe, identifico e memorizzo i numeri dei sentieri da percorrere e annoto eventuali punti di appoggio (rifugi, casere, bivacchi, ricoveri d’emergenza). In base a questo stimo anche il mio presunto tempo di percorrenza, elemento spesso sottovalutato ma a mio avviso estremamente importante per diversi motivi di cui parlerò a breve.

Comunico l’itinerario a più persone possibile

Agosto 2021: al mio rientro dall’AV2 delle Dolomiti decido di regalarmi altri due giorni di trekking, questa volta tra le montagne “di casa”, le Dolomiti Friulane. So bene che sarò isolata telefonicamente per due giorni e prima di partire comunico l’itinerario ai miei genitori e a due amici, ai quali non dico soltanto i nomi dei luoghi che attraverserò ma invio l’esatta traccia gpx del percorso ad anello che ho programmato, specificandone anche il senso di percorrenza. Lo faccio perchè sono consapevole che non cambierò l’itinerario nè il verso dell’anello, a meno che non ci siano emergenze che mi costringano a farlo. In quel caso, ho con me un localizzatore satellitare da cui posso inviare sms e aggiornamenti sulla posizione. Ma non basta: comunico l’itinerario anche ai gestori del rifugio Pordenone (il mio punto di partenza) e faccio lo stesso anche con le poche persone che incontro durante il trekking e con cui mi fermo a parlare. In quell’occasione, anche i gestori del rifugio Giaf (il mio punto di arrivo) erano a conoscenza del mio itinerario dato che lo avevo comunicato in fase di prenotazione. Ero da sola, è vero, ma almeno 7 persone sapevano da dove partivo, dove sarei passata, dove sarei arrivata e per quale strada sarei tornata.

Fornisco una stima oraria del mio rientro

Possiamo essere gli escursionisti più preparati e meticolosi del mondo ma gli incidenti succedono. Su questo punto non ho un esempio personale ma posso fare riferimento a numerosi fatti di cronaca (anche recenti) riguardo le segnalazioni di persone mai tornate da un’escursione e la messa in moto della macchina dei soccorsi. Le casistiche sono migliaia e le variabili davvero troppe per essere citate ma almeno una persona a cui comunicate l’orario stimato di rientro (o che comunque viene avvisata quando tornate alla macchina) deve esserci. Quindi non prendetemi in giro quando pronuncio la frase “se non torno entro X ora, iniziate ad allertarvi”.

Preparo lo zaino con doppia attenzione

A chi non è mai capitato di pensare: “ho dimenticato questa cosa, la chiederò a…” (al mio amico, al mio compagno di escursione, ecc.). A me si. Ma quando esco da sola, arrivo a ricontrollare lo zaino anche due volte, se non tre. Soprattutto, porto cose in più e scrivo una lista che comprende non solo quello che utilizzerò, ma anche quello che potrebbe servirmi in caso di emergenza. Sto fuori due giorni? Parto con cibo e acqua per tre giorni. La maggior parte delle volte, le provviste tornano con me a casa ma in diversi casi mi sono trovata nelle circostanze di valutare un bivacco d’emergenza, magari per maltempo improvviso.

Non abbasso la concentrazione: mai

Le mie escursioni in solitaria iniziano quando scendo dalla macchina e finiscono quando ci risalgo. Non si interrompono quando mi fermo a scattare foto o girare video nè quando mangio. Non si interrompono in cima nè in discesa perchè “tanto sono quasi arrivata”. L’orecchio è sempre teso, il corpo sempre pronto, la concentrazione sempre al massimo. In altre parole, so che, qualunque cosa succeda sono sola e devo essere reattiva. E’ piuttosto sfiancante vivere una o più giornate così: provate e fatemi sapere se non ci credete 😉. Personalmente so di essere riuscita a mantenere alta la concentrazione massimo quando la sera mi addormento appena la testa tocca il cuscino!

Traccio il mio passaggio (se possibile)

Frequentando zone di montagna che in genere non sono molto battute, se non incontro nessuno durante il trekking ma passo per bivacchi o casere, utilizzo i libri che solitamente si trovano in questi ricoveri per scrivere provenienza, destinazione e ora del passaggio. E’ una piccola attenzione in più che richiede pochi secondi ma che può essere davvero molto utile per orientare meglio eventuali soccorritori nel caso in cui il nostro itinerario non sia stato comunicato a dovere a persone facilmente rintracciabili. Parlate con gli altri escursionisti e scrivete ad ogni occasione possibile.

Porto con me un localizzatore satellitare

Se generalmente fate trekking in un’area in cui c’è copertura telefonica sono contenta per voi ma in molte zone del FVG, regione in cui vivo e di cui frequento le montagne, avere rete in montagna è l’eccezione, non la regola. Questo vale sia per i trekking, sia per i giri in bicicletta anche su strade asfaltate: tantissime zone sono isolate. Per questo porto con me un localizzatore satellitare che ha diverse funzioni di cui la più importante è quella di SOS che può essere inviata premendo un solo pulsante. La chiamata di SOS sfrutta una rete satellitare globale (Iridium) che permette la precisa localizzazione del dispositivo e l’attivazione immediata dei soccorsi. Questo dispositivo ha un costo considerevole, è vero, ma può salvare la vita (Garmin inReach mini: https://amzn.to/2YLj6zV *aff).

So rinunciare

Il tempo peggiora? Torno indietro. Non arrivo a destinazione entro l’ora prefissata? Torno indietro. Non sono nelle migliori condizioni psico-fisiche? Torno indietro. Le temperature sono troppo basse o troppo alte e la termoregolazione richiede troppe energie? Torno indietro. Mi rendo conto di non essere sufficientemente attrezzata? Torno indietro. Nel corso delle mie esperienze escursionistiche (ma anche ciclistiche) ho raggiunto tante cime e percorso tanti chilometri ma sempre, e sottolineo sempre, ho saputo identificare il momento in cui andare avanti era troppo rischioso. E sono tornata indietro. Le montagne, le cime, i passi e le forcelle non si muovono. Possiamo riprogrammare un’escursione ma non possiamo permetterci di mettere a rischio la nostra incolumità. Ricordiamocelo sempre.

Mangio e mi idrato regolarmente

L’alimentazione e l’idratazione sono argomenti delicati e davvero troppo tecnici in cui non mi addentro (anche perchè non ho le competenze per parlarne). Voglio però condividere un solo e semplice consiglio: imparate a conoscere ed ascoltare il vostro corpo e le sue esigenze. Ognuno di noi, sotto sforzo, reagisce in maniera diversa: ho conosciuto persone che non bevono e non mangiano per ore, poi ci sono io che bevo ogni 15 minuti e mangio ogni 50 (sia a piedi che in bicicletta). Nel corso di tantissime escursioni e soprattutto di lunghi giri in bicicletta ho imparato come alimentarmi in rapporto alla durata e all’intensità dello sforzo. So cosa mangiare la sera prima, come organizzare la prima e la seconda colazione e che cosa (e ogni quanto) ingerire sotto sforzo. Ma questo vale per me. Trovate la formula giusta che valga per voi perchè sottovalutare l’importanza di uno di questi due fattori può mettervi davvero a rischio.

Manuela

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