Alta Via 1 delle Dolomiti: diario di viaggio (seconda parte)

Alta Via 1 delle Dolomiti: diario di viaggio (seconda parte)
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Durante la primavera del 2021, ho pensato a lungo alla destinazione delle mie ferie estive: da una parte, mi sarebbe piaciuto vedere montagne inedite, dall’altra non allontanarmi troppo sia per motivi di budget che di giorni disponibili. Di una cosa ero però sicura: dopo l’Alta Via 2 delle Dolomiti dello scorso anno volevo percorrere un’altra Alta Via e dopo attente considerazioni la mia scelta è ricaduta sulla numero 1 che collega il lago di Braies a Belluno. Dato che sul web non mancano dettagliate informazioni sul percorso, le varianti e le montagne attraversate (che tra l’altro sono quelle più famose delle Dolomiti), in questo articolo condividerò esclusivamente la mia esperienza di viaggio aggiungendo qualche dettaglio in più rispetto a quello che ho già pubblicato, a puntate, su Instagram.
Scopriamo insieme l’Alta Via più famosa delle Dolomiti 😉

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Le tappe

Tra Civetta, pioggia e fango (18 agosto)
Ancora pioggia e fango tra Civetta e Moiazza (19 agosto)
Verso il Pramperet in buona compagnia (20 agosto)
Uno straccio in cammino (21 agosto)
La fine di un viaggio (22 agosto)
Equipaggiamento
Alta Via 1 Dolomiti: traccia gpx

Tra Civetta, pioggia e fango (18 agosto)

Le previsioni avevano ragione. La mattina del 18 agosto, pioggia, tuoni e un forte vento fanno tremare le finestre del rifugio. Tutti gli escursionisti che stanno percorrendo l’Alta Via 1 delle Dolomiti, mangiano guardando fuori, nella speranza che la perturbazione diminuisca. Io non faccio eccezione e appena la situazione sembra migliorare, intorno alle 8, parto con David alla volta del rifugio Tissi, a cui dovrebbero mancare due ore. Per il maltempo sempre in agguato o forse perché ormai siamo allenati, ce ne mettiamo una e mezza godendoci il passaggio sotto l’imponente parete settentrionale del Civetta. Arrivati al rifugio Tissi, facciamo appena in tempo ad entrare e ordinare qualcosa da bere che si scatena un altro violento temporale con tanto di grandinata. Nessuno dei due pensa nemmeno lontanamente di mettere il naso fuori: sarebbe una scelta avventata oltre che pericolosa e senza senso dato che abbiamo ancora parecchie ore di luce davanti a noi e al rifugio Vazzoler (dove faremo tappa) mancano un paio d’ore.
La successiva finestra di bel tempo si fa attendere parecchio e, quando un’ora e mezza dopo il nostro arrivo usciamo dal Tissi, veniamo accolti da temperature invernali. Percorriamo velocemente il primo chilometro in discesa riuscendo abbastanza bene a scaldarci ma non ad evitare le scivolose pozzanghere di fango che si sono appena formate. Nel giro di mezz’ora, il fango mi arriva praticamente alle ginocchia e le scarpe sono fradice. Man mano che scendiamo di quota e ci avviciniamo alla linea della vegetazione, la temperatura cambia nuovamente e l’aria si riempie di umidità. Sento che questi sbalzi termici non mi stanno facendo molto bene ma dato che non posso evitarli, cammino in silenzio cercando di apprezzare il paesaggio e di ignorare i tuoni che sentiamo in lontananza.
Pensiamo di riuscire ad arrivare al Vazzoler prima del prossimo temporale (che vediamo avvicinarsi dal fondovalle), ma ci sbagliamo. A 500 metri dal rifugio, una nuvola carica di pioggia e grandine ci investe in pieno e ci lava completamente: le temperature crollano di nuovo e quando arriviamo in rifugio sono zuppa e infreddolita. Tolgo immediatamente i vestiti bagnati, metto quegli asciutti e dato che sono le 14 passate e la fame si fa sentire, divido insieme a David il piatto dell’alpinista proposto dalla cucina del rifugio: pastin, spezzatino, patate al forno, crauti, formaggio alla piastra e polenta mi rimettono al mondo. Dopo aver mangiato (anzi spazzolato) il piatto e aver sistemato gli zaini in camera, guardando fuori ci accorgiamo che sta spuntando il sole. Di corsa, prendiamo tutto quello che è bagnato (quindi metà dell’equipaggiamento) e lo mettiamo al sole passando il pomeriggio a chiacchierare e contemplare le torri Venezia e Trieste del Civetta che incombono maestose sul rifugio Vazzoler. Il tempo scorre lento tra chiacchiere e relax: ci godiamo i momenti in rifugio, belli quanto quelli a piedi e dopo cena ci infiliamo a letto sperando che il giorno successivo il meteo ci permetta di camminare tranquilli fino al rifugio Carestiato, successiva tappa di questa Alta Via 1 delle Dolomiti.

Ancora pioggia e fango tra Civetta e Moiazza (19 agosto)

Il 19 agosto, al nostro risveglio, troviamo un cielo quasi limpido che lascia ben sperare per la tappa di oggi: d’altra parte, ci aspettano solo 9 chilometri e circa 600 metri di dislivello sia in salita che in discesa quindi anche se dovesse piovere contiamo di arrivare al rifugio successivo per l’ora di pranzo. Salutati e ringraziati i gestori del rifugio Vazzoler, guardiamo per l’ultima volta il Civetta dalla scenografica posizione del rifugio e ci avviamo verso la Moiazza, montagna di 2878 metri. Si tratta di una delle cime più alte delle Dolomiti Agordine e il percorso di oggi la aggira alla base alternando tratti nel bosco ad altri di ghiaione.
Dopo aver scavallato l’ennesima forcella, arriva l’acqua. Questa volta, fortunatamente, niente tuoni e grandine: la pioggia ci accompagna per una ventina di minuti mentre scendiamo verso il rifugio Carestiato facendo del nostro meglio per schivare le pozzanghere di acqua e fango che in pochissimo tempo rendono le nostre scarpe da trekking veramente oscene. Al nostro arrivo è di nuovo sole: ancora non lo so, ma questi sbalzi di temperatura, uniti alla stanchezza accumulata durante il trekking, mi costeranno una forte tosse, qualche linea di febbre e una stanchezza che mi trascinerò dietro per qualche settimana. La tappa di oggi non mi ha entusiasmato particolarmente dal punto di vista paesaggistico ma il rifugio Carestiato è molto carino e sono contenta di trascorrervi il pomeriggio.
Dopo aver pranzato con uno dei miei risotti mi concedo una doccia completa, faccio il bucato e sistemo le foto degli scorsi giorni mentre il meteo continua a cambiare ogni ora per la gioia dei miei capelli bagnati. Tra una chiacchiera e l’altra con gli altri escursionisti arriva l’ora della cena e proprio mentre sto per mettermi a tavola ricevo una telefonata da parte di Luigi, compagno di corso GAE, che percorrerà con me la tappa di domani. Dovevamo vederci domani mattina, invece mi ha fatto una sorpresa e anche lui questa notte pernotterà in rifugio. Dopo aver cenato e chiacchierato fino alla canonica “ora del silenzio” mi infilo nel sacco a pelo cercando di recuperare le energie per gli ultimi giorni di Alta Via 1 delle Dolomiti.

Verso il Pramperet in buona compagnia (20 agosto)

Al mio risveglio, il cielo sopra il rifugio Carestiato è bianco. Le nuvole, per adesso, sembrano essere alte e dopo un’abbondante colazione parto ottimista insieme a David e Luigi sperando di evitare l’ennesima tappa umida e fangosa. Sotto questo punto di vista, fino al passo Duran e all’imbocco del sentiero 543 (che ci condurrà al rifugio Pramperet) tutto procede bene. Camminiamo prima su una comoda strada forestale e poi su asfalto (il che non guasta mai dopo giorni di sentieri!).
Entrati nel bosco, una fitta e leggera pioggerellina comincia a farci compagnia ma nonostante l’elevata umidità (che soffro molto quando sono sotto sforzo) riesco a procedere abbastanza spedita anche se la stanchezza accumulata inizia a farsi sentire. Sono contenta di camminare in compagnia perché conoscendomi, so che se fossi stata da sola, quella di oggi sarebbe stata una giornata negativa in cui mi sarei solo annoiata visto il clima, i panorami non entusiasmanti e soprattutto i lunghi tratti sotto il bosco.
Tra battute, risate e racconti i 13 chilometri previsti scorrono velocemente. Superata casera Moschesin inizia l’ultima salita della tappa, quella che ci condurrà ufficialmente nel territorio del Parco Naturale delle Dolomiti Bellunesi. Io e David ci rendiamo conto di essere parecchio rallentati in salita: appena la pendenza sale, la nostra velocità scende. Ce ne facciamo una ragione dicendoci che per essere il decimo giorno di trekking consecutivo troppo bene stiamo andando. Dopo aver raggiunto forcella Moschesin (1940 metri), siamo felici di notare che gli ultimi 30 minuti di cammino si sviluppano in quota in un ambiente davvero bello. Il rifugio Sommariva al Pramperet, infatti, sorge in una grande conca verde dominata dal Pramper (2409 metri), dal Castello di Moschesin (2499 metri) e dalle cime di Zità (2450 metri), montagne facenti parte delle Dolomiti di Zoldo.
Al nostro arrivo, troviamo Luigi seduto su uno dei tavoli esterni del rifugio e vista l’ora decidiamo di pranzare con lui. Arriva un panino contenente una delle fette di formaggio più spesse che io abbia mai visto. Dopo pranzo, salutiamo Luigi che deve tornare verso il passo Duran e dedichiamo il resto del pomeriggio al relax, alla pulizia delle scarpe dal fango e all’ormai immancabile partita a scala 40 prima della cena. Quando, dopo aver cenato e bevuto un’ottima grappa (altro rituale da alta via), mi infilo nel sacco a pelo capisco che la notte sarà lunga e agitata: non riesco a trovare né una posizione né una temperatura giusta. La stanza è gelida e io litigo con le coperte: quando mi copro troppo inizio a sudare e quando mi scopro ho freddo. Riesco a dormire a tratti ma tra qualcuno che russa, un viaggio notturno in bagno e il freddo, alle 3 di notte non vedo l’ora di alzarmi per porre fine a quella che sarà la peggiore notte dell’intera alta via. Quando alle 6.30 finalmente mi alzo, mi sento davvero giù. Ai dolori fisici e ad un inizio di tosse si aggiunge un fastidioso mal di testa e una stanchezza generale che mi mettono di pessimo umore e mi fanno chiedere come affronterò la tappa successiva.

Uno straccio in cammino (21 agosto)

Il 21 agosto, non vivo benissimo il risveglio al rifugio Pramperet. Anzi, risveglio non è la parola esatta dato che ho passato la notte quasi completamente in bianco, il che non mi lascia ben sperare per l’ultima tappa di questa alta via. I chilometri che mi separano dall’ultimo rifugio, il Bianchet, sono appena 11 ma mentre faccio colazione inizio a mettere davvero in dubbio la mia forma fisica. Ho lo stomaco chiuso, alterno brividi di freddo a vampate di calore e ho un mal di testa tremendo. Mi sento la febbre ma prima di prendere una decisione cerco di mangiare qualcosa e prendo un antinfiammatorio. Mentre fa effetto mi preparo: il cerchio alla testa diminuisce e appena sto meglio decido di partire. Sono molto rallentata, specialmente in salita, ma l’aria fresca mi fa stare meglio e la compagnia di David aiuta a far scorrere i chilometri. Cerco di mantenere un passo lento ma costante visto che la tappa di oggi prevede 850 D+ e 1440 D-. Dal rifugio Pramperet dobbiamo risalire la Val Clusa fino alla forcella Sud dei Van de Città (2395 metri) per poi scendere verso il rifugio Pian Fontana.
Finalmente, dopo giorni di tempo incerto, il sole è tornato a splendere e la vista che ci attende superato il primo grande tratto di salita ci lascia senza parole: vediamo tutte le Dolomiti, dalle Pale di San Martino alla Marmolada, dal Sella al Pelmo e al Civetta. Ci rendiamo realmente conto di ciò che stiamo lasciando alle spalle e di quello che ci aspetta, quando alcune delle cime più famose delle Dolomiti Bellunesi ci salutano illuminate dal sole. Il panorama è maestoso e scendendo verso il rifugio Pian Fontana ce lo godiamo tutto consapevoli che nella giornata successiva questi straordinari spazi aperti cederanno il passo al bosco. Siamo dispiaciuti che questo viaggio sia quasi al termine ma anche immensamente grati delle meraviglie che abbiamo contemplato e dei momenti che hanno reso unico questo cammino.
Dopo la ripida discesa al rifugio Pian Fontana decidiamo che i prati assolati che circondano il rifugio sono troppo invitanti per non fare una sosta quindi, decidiamo di fare qui la pausa pranzo. David prepara un risotto con i funghi porcini davvero ottimo (funghi raccolti durante la giornata di ieri direttamente dal bosco!) e dopo pranzo sono così rilassata che mi addormento un pochino sul prato. Al risveglio vorrei fare tutto tranne che camminare ma con un bel lavoro di auto convincimento dico a me stessa che il rifugio Bianchet dista appena due ore e che ce la posso fare a raggiungerlo nonostante la stanchezza che mi sento addosso.
L’ultima salita che ci separa dal rifugio mi mette a dura prova: è qui che mi guadagno, da parte di David, il soprannome di “straccio”. Non posso dargli torto, tossisco ogni due minuti e salgo veramente piano.
La discesa infinita, forse, è anche peggiore perché abbiamo visto la posizione del rifugio dall’alto e ci siamo accorti di quanto distante sia. L’unica cosa che riesce a distrarmi è la grandiosità del territorio in cui stiamo camminando, che spero si riesca a cogliere almeno in minima parte dalle foto. Quando, finalmente, dopo un interminabile tratto di bosco arriviamo al rifugio Bianchet, ci abbracciamo soddisfatti: domani ci aspetta solo discesa e questo è l’ultimo rifugio dell’Alta Via 1 delle Dolomiti in cui dormiremo. Dopo aver preso il letto e fatto una veloce doccia sono troppo stanca per fare qualsiasi altra cosa e passo il pomeriggio su un lettino in giardino, al sole. Dopo cena avrei voluto festeggiare e chiacchierare con gli altri escursionisti sotto le stelle ma la stanchezza ha la meglio e crollo, letteralmente, nel sacco a pelo intorno alle 22.

La fine di un viaggio (22 agosto)

Quando, la mattina del 22 agosto apro gli occhi, ci metto un po’ a realizzare che oggi tornerò alla civiltà: non mi aspetta nessuna salita, nessuna forcella, nessun nuovo rifugio. L’Alta Via 1 delle Dolomiti è davvero finita e la tappa di oggi, che prevede appena 7 chilometri in discesa verso la statale agordina, porta con sé un po’ di nostalgia.
Nonostante la nottata disturbata dalla tosse mi sento un pochino meglio: finalmente ho dormito qualche ora di fila anche se il mal di testa e la stanchezza sono ancora lì in agguato. Dopo aver fatto colazione nonostante la poca fame (brutto segno per me!) saluto i gestori del rifugio Bianchet e con David mi incammino in direzione della Valle Agordina, dalla quale prenderemo il pullman che ci porterà a Belluno. Ci aspetta una lunghissima e a tratti noiosa strada forestale in mezzo al bosco ma i chilometri scorrono veloci, anche se mai quanto i ricordi degli ultimi dieci giorni che riviviamo silenziosamente sorridendo per i bei momenti trascorsi.
Quando, dopo giorni di silenzio e pace, sentiamo il rumore delle macchine rimbombare nel fondovalle, rimaniamo interdetti. Per un attimo vorremmo che l’alta via non fosse finita e rimanere lì in quel bosco per continuare a camminare. Ma sappiamo che ogni viaggio ha un inizio e una fine e che la giornata di oggi ci restituirà alla civiltà. Stanchi, sporchi e impolverati ma estremamente arricchiti e grati: “non fatica, ma gioia”.

Alta Via 1 Dolomiti: il reel

https://www.instagram.com/reel/Chpqn9Pj75c/

Equipaggiamento

Abbigliamento

Attrezzatura + varie

Alimentazione

Alta Via 1 Dolomiti: traccia gpx

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