Alta Via di Forni: diario e traccia gpx di sei giorni di trekking sulle Dolomiti Friulane

Alta Via di Forni: diario e traccia gpx di sei giorni di trekking sulle Dolomiti Friulane
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Le Dolomiti Friulane sono le montagne che, da quando vivo a Pordenone, mi hanno conquistato il cuore. Percorro i loro sentieri dal 2020 e dopo tre anni di trekking ancora mi stupisco della loro selvaggia bellezza. A fine giugno, avendo alcuni giorni di ferie, ho percorso un itinerario di quasi 50 chilometri che mi ha portato a camminare lungo spettacolari sentieri (sia inediti che già noti) delle Dolomiti Friulane. Ci tenevo a condividere pensieri, momenti e sensazioni che mi hanno accompagnata durante questi sei intensi giorni di trekking. Prima di lasciarvi al diario, condivido anche alcune informazioni logistiche e organizzative che possono essere utili per ripetere o pianificare un trekking sulle Dolomiti Friulane.
Buona lettura! 🤗

Di cosa parlo in questo articolo

  1. L’itinerario in breve
  2. Traccia gpx dell’itinerario
  3. Abbigliamento e attrezzatura
  4. Diario di viaggio sulle Dolomiti Friulane

L’itinerario in breve

  • Chilometri: 49
  • Dislivello: 4433 metri (positivo) – 4684 metri (negativo)
  • Quote: 653 (minima) – 2321 (massima)
  • Tempo di percorrenza: dai 4 ai 6 giorni (a seconda dell’allenamento)
  • Punti di appoggio: Pacherini, Giaf, Padova, Pordenone (rifugi). Casera Pramaggiore, cason di Canpuros, casera Val Binon bivacco Marchi Granzotto (casere e bivacchi d’emergenza).
  • Acqua: presente nei torrenti (da filtrare)
  • Difficoltà: E, EE, EEA
  • Periodo consigliato: estate e autunno
  • Copertura di rete: tendenzialmente assente

Traccia gpx dell’itinerario

Abbigliamento e attrezzatura

Attrezzatura

Abbigliamento

Per la ferrata

Diario di viaggio sulle Dolomiti Friulane

22 giugno: dalla Val Settimana a casera Pramaggiore

Quando attacco la salita di 5 chilometri che dalla Val Settimana conduce a casera Pramaggiore capisco subito che mi aspettano due ore impegnative. Dopo i primi 10 minuti inizio a soffrire il caldo. D’altra parte, ogni trekking in quota inizia dal basso e questo è un piccolo prezzo da pagare per raggiungere le “mie” quote. Le ore diventano, alla fine, due e mezza. Dopo diverse soste per riprendere fiato e sistemare l’assetto dello zaino, alle 11.30 arrivo finalmente a Casera Pramaggiore dopo quasi 1000 metri di dislivello. Abbandono immediatamente l’idea di raggiungere la cima di questa montagna, che punto da due anni, perché sento di avere bisogno di riposo. Arrivata in casera, mi assicuro di avere a disposizione tutto quello che mi serve per la notte e poi mi concedo del sano relax.

[Le casere sono strutture che in passato erano adibite alla produzione di prodotti caseari e che erano abitate, generalmente nel periodo estivo, dai malgari. Oggi, la maggior parte di queste strutture sono gestite dal CAI (Club Alpino Italiano) o da volontari e sono state convertite in luoghi in cui gli escursionisti possono trascorrere liberamente una o più notti.]

Dopo aver pranzato, come facilmente prevedibile viste le 5 ore scarse di riposo della notte precedente, mi viene sonno. Per tenermi sveglia inizio a pulire e sistemare tutta la casera: svuoto la stufa dalla cenere, metto in ordine la legna preparando quella che mi servirà per la notte, sbatto le coperte che useró stanotte e infine impiego una trentina di minuti per andare a riempire due taniche da 5 litri presso la sorgente d’acqua più vicina. Può sembrare una cosa scontata da dire ma questi piccoli gesti sono quelli che, al rientro a casa, mi fanno apprezzare alcune comodità che ormai do per scontate.

Rientrata in casera faccio merenda coccolata dal rumore del vento tra gli alberi, dal ronzio degli insetti e da quella luce pomeridiana che, in quota, mi sembra ancora più bella. Tra una pagina e l’altra guardo l’orologio. È passata appena un’ora da quando sono tornata dalla sorgente e, stupita, inizio a pensare al tempo. È così strano in montagna: a volte non passa mai, nel senso che ne vivo ogni momento e sono così immersa nell’ambiente che mi accorgo di ogni nuovo insetto che mi vola intorno oppure noto ogni cambio di luce mentre il sole tramonta. Tutto questo mi ricorda quanto sono lontana, nella vita di tutti i giorni, da questa straordinaria dimensione naturale che non sono abituata a notare. Di tanto in tanto guardo verso l’alto accarezzando con lo sguardo la cima del Pramaggiore che spero di raggiungere domani mattina prima di raggiungere il rifugio Pacherini.

23 giugno: da casera Pramaggiore al rifugio Pacherini

Mentre bevo un caffè nell’umido ma accogliente rifugio Pacherini, guardo il temporale che scarica acqua e fulmini sulle Dolomiti Friulane e penso che forse la cima del Pramaggiore mi abbia impedito di raggiungerla per evitarmi una situazione di pericolo. Se questa mattina, infatti, giunta in forcella avessi deviato per la cima, avrei beccato in pieno il forte temporale lungo il sentiero per raggiungere il rifugio Pacherini. Si, mi sento strana (e ingenua) anche io a pensare che le montagne mi parlino: “meglio che torni indietro, la cima un’altra volta”. Oppure “sali, è una buona giornata”. A pensarci bene, non so se siamo le montagne a parlare oppure il mio istinto a guidarmi, sostenuto da quella capacità sviluppata in decine di trekking di leggere i segnali dell’ambiente. Fatto sta che in montagna mi affido ad un sesto senso che finora non mi ha mai messo in situazioni di reale pericolo.

In rifugio, mentre aspetto Luigi che mi raggiungerà per la tappa di domani, ripenso alla breve giornata di trekking appena trascorsa. Mi torna in mente forcella Rua, da cui ho intravisto la valle di Forni subito prima di essere avvolta dalla nebbia. Ripenso al sentiero di discesa, a malapena visibile, che ha richiesto la massima concentrazione. Mi meraviglio sempre di come, in situazioni come quella, ogni pietra sembra suggerire di non distrarmi per nessun motivo al mondo. Ed effettivamente questa è una delle ragioni per cui tanto amo questi sentieri e l’alta montagna in generale: non c’è spazio per distrazioni e pensieri intrusivi. Corpo, mente e anima sono focalizzati e allineati sull’unica cosa che ha effettivamente senso fare in quel momento: mettere un piede davanti all’altro scegliendo con attenzione ogni punto di appoggio degli scarponi e dei bastoncini. Per me, che ho sempre pensato troppo, questa attività è quasi terapeutica.

Nonostante la brevità della tappa, sono contenta di aver incluso questa porzione delle Dolomiti Friulane, per me inedita, nel mio itinerario. Sono rimasta meravigliata dal maestoso panorama che si è aperto dal passo di Suola, con Cima Val di Guerra, Punta Nino Flaiban e torrione Comici che incombevano dall’alto dei loro 2000 metri sul sentiero per il rifugio Pacherini. Mi sento fortunata, quasi privilegiata, a poter vivere momenti come questi: solo io, le montagne e questa ineffabile sensazione di leggerezza che accompagna ogni passo, forse simile a quella che comunemente chiamiamo “felicità”.

24 giugno: dal rifugio Pacherini al rifugio Giaf (con ferrata Cassiopea)

Memorabile. Non trovo parola più adatta per descrivere le 10 ore di trekking di oggi: scrivo dal rifugio Giaf, con le gambe leggermente indolenzite, la pancia piena di cose buone (e meritate!) e l’anima appagata da tantissima bellezza. La giornata di oggi prevedeva un programma abbastanza intenso: passo del Mus, ferrata Cassiopea al Torrione Comici, forcella dell’Inferno, forcella Brica e forcella Urtisiel. È stato uno di quei giri da affrontare forcella dopo forcella, passo dopo passo, senza pensare troppo ai chilometri e al dislivello complessivo. I primi 500 metri di dislivello sono volati: in un’ora, io e Luigi abbiamo raggiunto il passo del Mus tramite un ripido ma spettacolare ghiaione circondato da alti pareti dolomitiche. Mentre salivo, ho potuto finalmente guardare il torrione Comici con uno sguardo diverso, non pensando più “un giorno ci salirò, ma, adesso ci salgo”.

Arrivati alla base della ferrata, dopo aver verificato il meteo, abbiamo indossato l’imbrago e cominciato la salita. Questo torrione dolomitico, che vedevo incombere dal giorno precedente sulla Val di Suola, mi ha sempre messo un pò in soggezione, anche a causa delle opinioni che circolano intorno a questa ferrata, classificata da molti come “difficile”. Ho preso il mio tempo per esplorare la roccia e dopo i primi metri di arrampicata la leggera ansia è stata sostituita da uno stato di tranquilla e assoluta concentrazione. Non posso descrivere questa sensazione di sicurezza, che nulla a che vedere con la spavalderia o la supponenza: sono consapevole di essere appesa ad un cavo con centinaia di metri di vuoto sotto ma sapere che un singolo movimento sbagliato delle braccia o delle gambe può tradursi in un serio incidente non mi agita.

Gli appigli, sia naturali che artificiali, sono ottimi. Ho la fortuna di non aver mai sofferto l’esposizione e, facendo il giro del torrione, quando mi sono trovata sul suo lato più esposto mi sono sentita completamente appagata. La cima è arrivata fin troppo presto ma la giornata era troppo bella per scendere subito. Abbiamo chiacchierato con altri due escursionisti ed era tutto così naturale lassù: il panorama sulle Dolomiti, le battute, le risate. Che poi, a pensarci bene, chissà com’è vedere da fuori 4 persone che chiacchierano in tranquillità su una torre di roccia alta 170 metri. La discesa è stata tecnica ed è scattata la voglia di farcela da sola e senza indicazioni. Mi sono portata avanti, tenendo sempre altissima la concentrazione e in meno di quaranta minuti sono arriva alla base del torrione con un grosso sorriso stampato in faccia.

Quando, salutato il torrione Comici, ci siamo avviati verso forcella dell’Inferno, erano le 13 e dal rifugio Giaf ci separavano 9 chilometri e 600 metri di dislivello. Ho camminato leggera, godendomi l’adrenalina lasciata addosso dalla ferrata. Forcella dell’Inferno, forcella Brica, casera Val Binon e forcella Urtisiel si sono susseguite una dopo l’altra. Dopo 9 mesi di assenza da queste montagne è stato come incontrare vecchi amici. Durante l’ultima salita, la fatica ha cominciato a farsi sentire ma ormai era fatta e alle 18, dopo l’interminabile discesa da forcella Urtisiel al rifugio Giaf, io e Luigi abbiamo brindato a questa splendida giornata con due birre che ci hanno rimesso al mondo! Qui, mi sento a casa: i ragazzi che gestiscono il rifugio sono davvero accoglienti e dopo essermi sistemata, mi sono goduta la cena. Dopo un’immancabile grappa, sono uscita fuori per vedere la notte scendere su queste montagne che tanto amo. Non mi importa più niente della fatica, dei capelli sporchi, dei vestiti che ho addosso da 3 giorni. Sono qui e sono felice.

25 giugno: dal rifugio Giaf al rifugio Padova

Al rifugio Padova regna l’aria delle strutture montane raggiungibili comodamente in macchina. Il fatto che sia domenica non aiuta e, mentre aspetto le 16 per entrare in camera, passo il tempo ad osservare le persone che mi circondano e leggere un libro. È strano, dopo giorni di pace, ritrovarmi nel caos degli escursionisti della domenica. Sono arrivata al rifugio Padova presto e, prima di pranzo, ho deciso di lavarmi nel gelido torrente adiacente al rifugio. La tranquilla tappa di oggi mi ha portato a raggiungere e superare forcella Scodavacca per poi scendere fino ai 1300 metri del bellissimo rifugio Padova. Mi sono goduta ogni momento del trekking di oggi, catalogato in fase di pianificazione come “giorno di riposo” vista la sua brevità 😏. Nonostante la percorrenza di sentieri già noti, mi sono stupita ancora una volta della bellezza di queste montagne: sembrava di camminare in un quadro e ho preso il mio tempo per scattare foto e girare video, ben consapevole che il materiale raccolto non rende minimamente giustizia alla maestosità di questi paesaggi.

Al rifugio Padova, trascorro un pomeriggio di totale relax. La struttura è stupenda: la vista sugli Spalti di Toro è eccezionale e gli spazi esterni del rifugio sono arricchiti da una miriade di simpatiche sculture di legno più o meno nascoste che mi sono divertita a scovare. Sono contenta di trascorrere qui il pomeriggio e di riuscire a vedere, subito dopo la fine della cena, l’Enrosadira colorare di rosa le cime delle montagne. Mentre contemplo gli ultimi raggi del sole, cedere il posto all’ombra della sera, penso alla tappa di domani che mi porterà al rifugio Pordenone in Val Cimoliana. Sarà impegnativa ma bellissima e sarà come tornare a casa.

26 giugno: dal rifugio Padova al rifugio Pordenone

La notte di profondo sonno che ho trascorso al rifugio Padova mi ha completamente rigenerato.
La mattina del 26 giugno, dopo un’abbondante colazione, saluto i verdi prati del rifugio e percorro i primi 500 metri di dislivello in un’ora. All’ultimo bivio utile per decidere da quale forcella passare per arrivare in Val Cimoliana (forcella Montanaia o forcella Monfalcon di Forni) mi prendo alcuni minuti buoni per considerare i pro e i contro delle due salite. Sono molto tentata di optare per la Montanaia (che mi consentirebbe poi di raggiungere il Campanile) ma so che il ghiaione mi toglierà parecchie energie dato che la traccia di risalita non è chiara. D’altra parte, l’altrettanto spettacolare Val d’Arade mi farebbe allungare il giro di alcuni chilometri, ma con il vantaggio di percorrere un sentiero molto ben battuto. Dopo qualche tentennamento, decido quindi di risalire la Val d’Arade. Il mio istinto mi dice che è meglio non avventurarmi da sola sul ghiaione, la cui traccia di risalita si perde tra le ombre delle montagne circostanti.

Dopo aver raggiunto, non senza fatica, forcella Monfalcon di Forni, punto dritta al bivacco Marchi Granzotto. Qui, mi concedo una buona ora di pausa per idratare e scaldare una busta di riso e mangiarlo con calma. Faticosamente (mai fare pause pranzo troppo lunghe durante un trekking!) riparto alla volta di forcella del Leone per poi cominciare la lunghissima discesa che porta fino al rifugio Pordenone. Percorro sentieri battuti innumerevoli volte e accarezzo con lo sguardo ogni guglia, ogni sorgente d’acqua e ogni punto di riferimento noto all’orizzonte. La stanchezza si fa sentire ma su essa prevale la gioia di essere tornata a camminare su questi impegnativi sentieri, che tanto mi hanno insegnato sulla montagna e sul mio modo di rapportarmi ad essa.

Al rifugio Pordenone vengo accolta dalla calorosa accoglienza di Ivan e Marika e, per festeggiare la mancanza di imprevisti durante questi cinque giorni di trekking, mi concedo una doccia e una birra. Passo il resto del pomeriggio a godermi l’aria fresca del rifugio. Penso al Campanile di Val Montanaia, ora che sono in rifugio circondata dalle sue foto: mi sento quasi di avergli fatto un torto a non averlo raggiunto. In ogni caso, sono contenta di com’è andata la giornata: il Campanile è la ad aspettarmi e so che arriverà il momento giusto di raggiungerlo anche quest’anno.

27 giugno: dal rifugio Pordenone a Cimolais

Dopo un’altra ottima notte di sonno, martedì 27 giugno mi sveglio al rifugio Pordenone e, mentre faccio colazione, mi preparo mentalmente a chiudere il trekking. Lo faccio percorrendo a piedi i 10 chilometri che separano il rifugio da Cimolais. Come succede ogni volta che termino un trekking di più giorni, rivivo in modo casuale alcuni momenti e sensazioni selezionati dalla mia mente. So già che sono quelli che rivivrò più vividamente quando le circostanze mi terranno lontana da queste montagne. Ancora una volta, mi sento estremamente grata per queste lunghe giornate che sono riuscita a ritagliarmi. Ringrazio il mio corpo, che mi ha sostenuto senza vacillare giorno dopo giorno e ringrazio me stessa, augurandomi di avere sempre lo spirito per intraprendere queste esperienze uniche.

Manuela

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